Arte di strada, arte urbana, arte pubblica. Tutte definizioni che, al fruitore medio di opere artistiche, evocano immediatamente la modernità, l’ambientazione metropolitana e, possibilmente, anche una spolverata di degrado urbano e periferia dimenticata.
Eppure, a ben guardare, nessuna forma d’arte è più antica e più nobile di quella che domina le strade e le piazze delle città. A partire dalle primissime comunità, l’uomo sembra aver compreso la forza penetrante e l’energia strumentale sottesa all’arte: per questo la modellazione ideologica, la propaganda, la comunicazione con le masse, passano attraverso opere artistiche ‘pubbliche’ almeno da quando i sovrani di Ur, città sumera risalente – almeno – al 2300 a.C., edificarono l’imponente ziqqurrat.
Si tratta di un monumento religioso che, se non altro per le sue dimensioni (63×42 metri di base, e 26 metri di altezza!), non poteva certo passare inosservato a chi si fosse trovato a passeggiare per le strade della città. Un monumento che ‘si imponeva’ – e si impone tuttora – agli occhi dei cittadini e dei viaggiatori, che essi scegliessero o meno di fruire della sua visione. Nulla di più ‘pubblico’, dunque.

Pubbliche, e tutt’altro che ‘povere’, sono anche le famigerate piramidi d’Egitto, concepite per strabiliare lo spettatore e per esaltare la potenza e l’immensità dei faraoni che, dopo morti, vi venivano seppelliti. I sovrani, grazie a questo trucchetto artistico, si garantivano qualcosa che nessun decreto o nessun rituale mistico avrebbe potuto assicurare: l’immortalità. A chi di voi non dice nulla il nome di Cheope?

Valle dei templi

Più sobria, ma non per questo meno d’impatto, è l’arte di strada degli antichi Greci. Benché regni il pregiudizio, anche tra i più informati, che la polis sia la culla della democrazia, nel senso più ‘nostro’ del termine (se ancora ne abbiamo uno), non mancò, in Grecia, chi sentì il bisogno di affermare la propria personalità attraverso l’edificazione di imponenti opere pubbliche: l’acropoli della democraticissima Atene vide due restaurazioni integrali, l’una sotto il tiranno (!) Pisistrato, che vi costruì i propilei ed il magnifico tempio di Atena Poliade, e la seconda sotto il leader democratico Pericle, che le diede l’aspetto strabiliante che la piazza ha ancora adesso, con il Partenone a dominarla.

Acropoli di Atene

L’elenco dei fenomeni di questo tipo è sterminato e la bibliografia scientifica, in questo senso, è immensa ed esaustiva: non è questa la sede, mi pare, per riflettere sulla potenza evocativa ed ideologica dell’Augusto di Prima Porta, del Colosseo o – per allontanarci un poco dal nostro orizzonte – dei complessi di templi Maya di Tikal, di quelli Inca di Machu Picchu, o della Grande Muraglia Cinese. Certo è, comunque, che la cosiddetta arte di strada, l’arte pubblica, l’arte per tutti, quella fatta perché tutti la possano vedere, è sempre esistita.
A questo punto, però, è legittimo domandarsi cosa abbia a che fare tutta questa monumentalità con i murales degli writers delle banlieu, o con gli slogan sul tipo “L’ARTE È UNA PUTTANA: COSTA!” che si leggono sui muri delle metropolitane. In questo senso, penso sia fondamentale richiamare all’attenzione un’altra forma d’espressione cui i popoli antichi attinsero a piene mani: i graffiti. I conservatissimi resti di Pompei ed Ercolano ne offrono una documentazione sconcertante, dalle rappresentazioni di tipo pornografico (peni, uomini con peni giganti, nudità femminili, peni, frasi sconce… ma soprattutto peni, prevedibilmente), sino agli inviti, scritti a caratteri macroscopici, a votare l’uno o l’altro candidato alle elezioni delle confederazioni di arti e mestieri.

Pompei

Anche l’arte pubblica più ‘povera’, dunque, non l’abbiamo inventata noi, e nemmeno i nostri nonni. Ciò che, invece, sembra distinguere la nostra concezione di arte ‘per la comunità’ da quella che potevano avere i nostri antenati, è – pare – l’incapacità, da parte nostra, di fare dell’opera d’arte ‘alla portata di tutti’ un monumento. E non mi sto scandalizzando, badate bene, per la cacca di piccione sulla statua equestre di Garibaldi (anche se, da storica, posso facilmente ipotizzare che, se un piccione avesse usato come wc la testa velata dell’Augusto marmoreo di via Labicana, gli aruspici avrebbero caldamente raccomandato a chi di dovere di reagire a un tale segno dell’ira divina dichiarando guerra ai Galli). Penso, però, che l’unica ‘arte pubblica’ che siamo ancora in grado di rispettare e valorizzare, che trattiamo con deferenza e quasi con timore reverenziale, siano quegli oggetti artistici che vengono dal passato, spesso da un passato molto lontano. Ci inchiniamo ancora, e a ragion veduta, davanti ai mosaici delle basiliche ravennati e ai faccioni dell’Isola di Pasqua, a Stonehenge e all’Ara Pacis, ma storciamo criticamente il naso, spesso per partito preso (e lo dico da snob radical chic milanese, mi dichiaro colpevole!) di fronte ai muri colorati delle nostre città, ai ‘panettoni’ che da giallo-fluo-sbiadito-anni’80 assumono le sembianze di pinguini o personaggi dei cartoni animati, al criticatissimo ‘ago e filo’ di piazzale Cadorna a Milano. Signori, mi rendo conto che questa affermazione suonerà come un gessetto che stride sulla lavagna alle vostre orecchie da intellettuali illuminati ma, che vi piaccia o no, l’ago e filo di piazzale Cadorna è – che lo vogliamo o no, che ci piaccia o no – il Partenone di domani. Qualcuno, forse, tra 500 anni lo tratterà con deferenza e timore reverenziale, perché l’arte (intesa come prodotto creativo dell’intelletto umano a qualunque livello), e soprattutto l’arte pubblica, parla ai contemporanei e parla ai posteri come nient’altro è capace di fare: non c’è archivio, non c’è decreto che abbia detto agli archeologi più di quanto abbiano fatto i fregi dei templi agrigentini o il Toro Farnese delle Terme di Caracalla.
Signori Intellettuali, l’unico linguaggio efficace che abbiamo per parlare ai nostri pro-pro-pro-nipoti, è l’arte: questa arte, l’arte della nostra contemporaneità. Dunque, che questa incontri o meno il nostro gusto e la nostra sensibilità, sarebbe proprio il caso di rispettarla e, se proprio quella che c’è non ci piace, di fare un po’ d’arte anche noi.

Ago e filo

 

Serena Andrea Brioschi, dottore di ricerca in storia antica